STORIA

In questa sezione del sito cerchiamo di ripercorrere il nostro ieri, la storia della cascina dall’inizio ad oggi con una tesi, non solo nostra, di discendenza della cascina dalla villa rustica romana.
Storicamente l’origine della cascina si perde nella notte dei tempi se ci rifacciamo alla villa rustica in età romana, residenza con funzioni di fattoria abitata in modo permanente da servi o da schiavi che ci lavoravano per i loro padroni od alla grangia cistercense medioevale.
Villa era il termine latino per designare il fabbricato costruito al di fuori della città sia che si trattasse della fattoria destinata all’attività agricola - denominata rustica - che della residenza pensata per il riposo ed il tempo libero, la cosiddetta villa d' otium.
La villa rustica era formata da costruzioni in muratura, generalmente tutte con un ben preciso schema: vi erano due corti, una interna e l' altra esterna con vasche della utilizzate per abbeverare gli animali e per le operazioni agricole.


Fondazioni di una villa rustica

Al centro della costruzione vi era una spaziosa cucina, luogo di riunione e di lavoro oltre che di preparazione del cibo.
Vicino alla cucina, in modo da poter usufruire del suo calore, erano le stanze da bagno per i servi, la cantina, le stalle ed il pollaio, ciò per la credenza che il fumo fosse salutare al pollame.
Lontani dalla cucina e possibilmente rivolti verso nord erano, invece, quegli ambienti che, per la loro destinazione, richiedevano un luogo asciutto, come i granai, i seccatoi e le stanze adibite a dispensa in cui veniva conservata la frutta.
Adiacente la villa rustica vi era l'aia ove trovavano posto alcuni capannoni destinati a rimessa per i carri agricoli e ripostigli di fortuna per i raccolti in caso di improvvisi temporali.
Rifacendoci al Medio Evo con il termine grangia si intendeva una costruzione chiusa, un capannone in cui si conservava il raccolto ma nello stesso tempo si indicava anche un’azienda agricola comprendente oltre alla grangia propriamente detta, case, terreni e pascoli.
Ecco quindi che i primi insediamenti di cascine nel nostro territorio seguirono i percorsi fluviali all’interno dell’antica centuriazione romana della divisione dei campi e dei terreni, ancora oggi chiaramente avvertibile e che nel tardo Medio Evo fu soprattutto l’influenza dei monaci Benedettini e Cistercensi a caratterizzare la forma della cascina, richiamando nella corte chiusa la struttura tipica dei loro monasteri ed il tipo di allevamento o di coltura differenti da zona a zona.
Alcuni studiosi parlano di edifici assimilabili alle cascine già a partire dal decimo secolo dove già depositi e fienili sono annessi alle abitazioni, ma è solo dal quindicesimo secolo che le cascine assumono una fisionomia simile a quella odierna soprattutto per la riforma agraria che portò a solcare i campi con i nuovi canali d’irrigazione.
“ Numerosi sul territorio – secondo quanto riportato dal sito della Provincia di Bergamo – risultano anche i complessi monastici, centri organizzatori di ampie porzioni di territorio. A partire dall’anno Mille nella Provincia bergamasca si segnala la presenza di numerosi monasteri, organizzati secondo differenti regole: Benedettini, Cluniacensi, Vallombrosani, Umiliati, Celestini, Cistercensi fondarono edifici che erano luogo di preghiera, ma anche centri di vigile attività, che coinvolgeva ampie percentuali della forza lavoro locale. Spesso le fondazioni di questi edifici risultò legata a lasciti da parte delle più potenti famiglie. A titolo di esempio della tipologia organizzativa del territorio circostante e dell’impiego della forza lavoro locale si considera l’esempio del monastero benedettino ad Abbaza (Albino) ” .



Riporta il sito http://www.valledellujo.it : “ L'Abbazia di S. Benedetto, fondata il 7 Aprile 1136 dai monaci benedettini che avevano avuto queste terre in donazione dall'allora Vescovo di Bergamo Gregorio, venne da questi costruita in poco più di un anno. I monaci, primi abitatori della valle, dovettero disboscare una fitta foresta per farsi strada in questo luogo impervio ma proprio per questo più protetto e tranquillo di altri. Il loro intento era di originare una comunità all'insegna del motto benedettino "Ora et Labora" e vi riuscirono, con alterne vicende, per ben più di quattro secoli. Il loro territorio era concepito in modo autosufficiente, infatti c'era tutto lo stretto necessario alla sopravvivenza dei monaci: acqua, mulino, orto...
Il Monastero era circondato da una cinta di mura molto estesa che includeva anche la così detta "Cà di Frà", cascina adibita a stalla e a deposito di attrezzi da lavoro che, per posizione, fungeva anche da controllo del passaggio obbligatorio verso il Colle Gallo.
Una serie di altri edifici posti lungo le pendici dei colli, parlano delle diversi attività manuali in cui i monaci e i loro "Famigli" si dedicavano costantemente: depositi, stalle, fienili, porcile, caprile, colombera nonché il mulino posto a valle, attivato dalle acque della Vallotella. Anche tutti questi altri edifici, come il complesso monastico, sono stati quasi completamente rimaneggiati nel corso dei secoli.”.
Come riportato nel documenti di VAS del comune di Robecco sul Naviglio: “ … Le aziende agricole abbaziali furono assai importanti per l’attività di dissodamento e per la divulgazione delle principali tecniche agricole. Gli ordini monastici favorirono inoltre le prime colonizzazioni agrarie, aiutate anche dalla nobiltà inurbata e dalla borghesia di nuova formazione dei castra medioevali. È quindi a partire dall’ambiente urbano dei castra che trova origine l’architettura rurale tra l’XI e il XIV secolo, anche se già dal X le cascine compaiono nel territorio milanese in forma di fienili o depositi”.


Cascina Bassanetta – Robecco sul Naviglio

Per la parte dell’attuale provincia di Bergamo, assoggettata al Ducato di Milano “ tra il XV e il XVI secolo ebbe luogo la seconda colonizzazione rurale: in questa fase l’edilizia agraria assumendo una fisionomia indipendente da quella urbana per il nuovo sviluppo, favorito dalla politica fiscale dei Visconti, che stimolarono gli investimenti agricoli, e dal cambiamento dei contratti agrari, i quali previdero clausole favorevoli agli affittuari che apportassero migliorie, generandosi così le premesse per una nuova colonizzazione, con uno sfruttamento migliore del suolo e per la creazione di nuovi rapporti di conduzione (affitto in denaro, produzioni specializzate in rotazione continua, integrazione tra allevamento e colture); la migliore e maggiore disponibilità irrigua sostituì i pascoli con prati di leguminose che, insieme alle marcite fornirono foraggio all’allevamento zootecnico bovino stanziale; assunse perciò sempre maggiore importanza la stalla bovina a cui, nel piano superiore, venne sovrapposto il fienile.
In tal modo, quello che in precedenza era un fabbricato costruito con materiali deperibili e isolato sui campi per depositare gli attrezzi, diventò una struttura dalle grandi dimensioni che racchiudeva tutte le funzioni utili per l’attività agricola: residenza, immagazzinamento merci e derrate, prima trasformazione del prodotto, ricovero animali e attrezzi. Alla cascina furono inoltre aggiunti i vani per le attività casearie, ed ebbe inizio la chiusura della corte.
Nel Settecento ebbe luogo una ripresa demografica, col conseguente aumento della domanda alimentare che, insieme alle politiche riformiste degli Asburgo, indusse innovazioni colturali aumentandone così i redditi; poi, l’istituzione del catasto generale dei terreni del 1755 e la conseguente pressione fiscale spinse all’aumento delle locazioni da parte della proprietà e alla sollecitazione di sostanziali migliorie fondiarie da parte del fittavolo; così, le dimensioni della cascina, dei fondi e delle modalità colturali iniziarono ad adeguarsi alle nuove esigenze della rivoluzione agronomica lombarda, caratterizzata da colture a rotazione continua, e la cascina venne riorganizzata sulla base di nuovi dettami d’igiene e differenti modelli produttivi; anche la dimora del fittavolo (o del padrone, se residente in cascina) si distingue per accorgimenti stilistici, il frontone triangolare talvolta con l’emblema stemma nobiliare e un porticato davanti all’ingresso più importante. Dai catasti s’osserva il ridisegno dell’organismo aziendale originale, con una maggior complessità tipologica degli insediamenti e con aggiunte all’originario blocco di volumi minori e irregolari. Generato delle iniziali limitate disponibilità, che portavano a interventi improvvisati con l’utilizzo di materiali a volte scarsi o comunque incoerenti con il contesto.


Cascina chiusa del 1700

A partire dall’Ottocento l’impostazione convenzionale della cascina inizia a modificarsi, l’architettura inizia a porsi a servizio dell’attività agricola e la tendenza imprenditoriale, oltre che nelle migliorie fondiarie, si dimostra nell’ampliamento e nella sistemazione dei cascinali, sparsi capillarmente fino ai margini del bosco e fulcro operativo dei possedimenti: le aziende cerealicole erano andate riducendosi e la trasformazione della tipologia aziendale iniziava a orientarsi all’allevamento bovino e alla produzione casearia; di conseguenza nuove forme per le stalle e i fienili, con l’introduzione del “barco per la bergamina”coperto da tettoia per i bovini nelle buone stagioni; anche gli spazi interni della corte vengono sistemati, introducendo le infrastrutture per la produzione casearia, e la qualità e il numero di bovini presenti testimonia l’evoluzione agraria ottenuta, così come la nuova tendenza del fittabile d’alloggiare nell’azienda, come conseguenza dei nuovi contratti e dell’impiego di maggiori capitali, con gli ambienti adattati per ricavare abitazioni più confortevoli.
Nell’area irrigua vengono costruiti nuovi edifici colonici o si rimodernano e ampliano quelli presenti, mentre negli spazi asciutti si diffondono piccoli cassinelli denominati col nome delle famiglie che li abitano: differente è il modo d’utilizzare le terre in rapporto alle colture e, nell’irriguo i possedimenti sono in media di ottocento pertiche e vi dominano la proprietà e la conduzione accentrata, per via degli ingenti investimenti e della fitta manovalanza mentre, nella parte asciutta, si diffondono i piccoli edifici sia per le grandi proprietà che danno forme aziendali alla conduzione mezzadrile secolare, sia per l’intento dei piccoli proprietari: sono proprio gli ex coloni, riusciti anche solo parzialmente a riscattare grandi proprietà, a realizzarvi semplici costruzioni di forme basilari, inizialmente solo ricoveri, poi abitazioni rustiche e infine cascine vere e proprie, quando vi affiancarono stalle e pollai.


Cascina Sessa

La trasformazione della grande proprietà in impresa capitalistica con salariati, affermatasi nella pianura irrigua tra Settecento e Ottocento, permette dunque la diffusione della grande cascina isolata sui campi, abitata da una popolazione generalmente superiore alle cento unità; sono dimore rurali d’impianto risalente al XVI secolo, distinte dalla corte/aia attorno a cui si dispongono le residenze e i rustici aziendali: la stalla con fienile, il barco, la porcilaia, la scuderia, la concimaia, il caseificio, il forno e la ghiacciaia; la corte, generalmente quadrangolare, è circondata quasi del tutto da corpi di fabbrica o muri11, o è limitata solamente da una siepe, con gli edifici disposti in ordine sparso secondo svariate soluzioni; poi, nei primi dell’Ottocento, al modello originale s’aggiunge l’espansione zootecnica grazie al miglioramento delle colture prative e delle tecniche irrigue, integrando le tecniche dell’allevamento e quelle agricole in un’evoluzione agraria e sociale che porta i mezzadri a divenire dipendenti con la nascita dell’imprenditore capitalista, proprietario o affittuario: così, il nucleo aziendale si rafforza dall’inizio del XVII secolo potenziando le stalle, i locali per la lavorazione del latte e le pile per il riso ma, tuttavia, la fase più intensa delle trasformazioni arriverà nei secoli XVIII e XIX, portando all’ampliamento degli edifici e alla chiusura della dimora rurale attorno alla corte interna”.
La trasformazione dell’economia agricola ha forzatamente condotto alla soppressione di edifici giudicati superflui come le abitazioni contadine in esubero, i forni per il pane, le stalle, le ghiacciaie…
Donato Romano in uno studio pubblicato nel settembre 2010 su agriregionieuropa (http://www.agriregionieuropa.univpm.it) afferma che: “ le forze-guida della trasformazione agricola sono diverse nei diversi stadi: inizialmente agiscono soprattutto la densità della popolazione e le potenzialità agro-climatiche del luogo di produzione; con la modernizzazione dell’agricoltura, a questi fattori si aggiungono l’urbanizzazione, le infrastrutture di mercato e le tecnologie produttive; nell’agricoltura globalizzata, pur continuando ad agire tali forze, diventano preponderanti i flussi di commercio internazionale e gli investimenti diretti dall’estero, le tecnologie post-raccolto e la gestione dei flussi informativi “. 
Non approfondiamo oltre in questa sede ma dobbiamo prendere atto che al giorno d’oggi la cascina è a ragione spesso considerata esclusivamente come un luogo utilizzato per effettuare specifiche coltivazioni od allevamenti e che, salvo sporadici casi, si è quindi perso il senso dei molteplici aspetti che la caratterizzavano.



Approfondimento su villa rustica romana


Da Wikipedia, l'enciclopedia libera, riportiamo: “ La villa rustica in origine era sostanzialmente il nucleo di un'azienda agraria a conduzione familiare dove veniva prodotto ciò che era necessario al sostentamento. Col passare degli anni e l'accrescersi della potenza di Roma, che ad ogni conquista trasferiva in Italia centinaia di migliaia di schiavi da sfruttare nei più svariati lavori, le ville rustiche si fecero sempre più grandi e sontuose (200-250 ettari sembra comunque la misura media) e la produzione agricola diventò un'attività il cui scopo non era più semplicemente quello di sfamare il padrone, ma anche e soprattutto di vendere i prodotti in eccesso anche su mercati lontani.
In particolare, la villa come azienda agricola fu una forma presente soprattutto in Italia centrale, dalla Campania all'Etruria (celebre la Villa Settefinestre ad Ansedonia) ed è stata considerata da alcuni studiosi come la forma produttiva più originale, efficiente e razionale che l'economia romana abbia prodotto, la più vicina a sfiorare un modo di produzione propriamente capitalistico. Le produzioni erano differenziate: piantagioni (soprattutto ulivi e vite), altre coltivazioni intensive, orti, pascoli, impianti di trasformazione, depositi, mezzi di trasporto. Si trattava, insomma, di una vera fabbrica rurale organizzata.
Il lavoro era affidato a una massa di schiavi organizzati con disciplina militare, inquadrati da sorveglianti, schiavi anch'essi, sotto la direzione di un vicario del padrone, il villicus. Una organizzazione così complessa necessitava di solide competenze, che i romani non esitarono a tradurre in famosi testi di agronomia, come: il De agri cultura di Marco Porcio Catone, il De re rustica di Marco Terenzio Varrone e i libri di Columella.
La villa era divisa in diversi settori:
- La Pars Dominica era la zona residenziale, destinata al dominus e alla sua famiglia;
- La Pars Rustica era la zona destinata alla servitù, ai lavoratori dell'azienda;
- La Pars Fructuaria era destinata alla lavorazione dei prodotti.
- Le Pars Rustica e Fructuaria assieme formavano la Pars Massaricia.
La progressiva riduzione degli schiavi, dovuta al concludersi della fase espansionistica dell' Impero romano (II secolo d.C.), costrinse l'aristocrazia fondiaria a cedere una parte sempre più vasta della terra a coloni. Questi ultimi, a differenza degli schiavi, erano liberi, ma legati al latifondista secondo la forma della commendatio, ovvero in cambio della protezione garantita dal padrone avevano l'obbligo di prestare servizi (corvée) e pagare canoni. Nelle ville vigeva la responsabilità collettiva del pagamento delle tasse.

Approfondimento su grangia cistercense medioevale


Veduta settecentesca della Certosa


Riportiamo dal sito realizzato nel monastero cistercense della Certosa di Firenze:
“ L’ordine Cistercense nasce e si sviluppa dal ceppo benedettino. Perciò sia la spiritualità che la struttura urbanistica delle abbazie hanno come punto di riferimento l’ordine Benedettino.
Il capitolo 66 della Regola di San Benedetto tra l’altro afferma: “…il monastero, poi, dev'essere possibilmente organizzato in modo che al suo interno si trovi tutto l'occorrente, ossia l'acqua, il mulino,l'orto e i vari laboratori, per togliere ai monaci ogni necessità di girellare fuori, il che non giova affatto alle loro anime”.…
L'Ordine cistercense è un ordine monastico di diritto pontificio che ebbe origine dall'abbazia di Cîteaux (in latino Cistercium), in Borgogna, fondata a Roberto di Molesmes nel 1098.
Da Da Wikipedia, l'enciclopedia libera: “ le fonti antiche descrivono Cîteaux come un locum horroris et vaste solitudinis (luogo di orrore e grande solitudine) e, sul modello della primitiva abbazia, tutte le nuove fondazioni cistercensi dovevano programmaticamente insediarsi in luoghi isolati. Anche per questo il loro nome è stato sempre associato al progresso nella bonifica e nel dissodamento di territori inospitali e incolti.
Le nuove abbazie venivano generalmente fondate in luoghi ricchi d'acqua e in bella posizione ed erano i cistercensi a dare a questi luoghi un carattere di solitudine, acquistando i terreni circostanti e i diritti a essi legati.


Veduta dell’Abbazia cistercense di Lucedio


Pur propugnando la povertà assoluta, i cistercensi non misero mai in discussione il possesso di terre o denaro: anzi, nel capitolo generale del 1134 si permise espressamente la possibilità di acquistare terre, vigne, pascoli, boschi e corsi d'acqua. Solo grazie a questi beni i monaci sarebbero stati in grado di provvedere a sé stessi con il loro lavoro, come prescritto dalla regola di San Benedetto e si sarebbero garantiti la libertà necessaria per realizzare la forma di vita monastica.
Poiché l'adempimento degli uffici corali, l'opus Dei e la lectio divina impegnavano notevolmente i monaci e non consentivano ai monaci di dedicarsi ai lavori agricoli, presto (almeno dal 1119) i cistercensi accolsero l'istituto dei conversi che erano religiosi laici provenienti generalmente dagli strati più bassi della popolazione, partecipavano dei beni spirituali e temporali dell'ordine, si legavano al monastero mediante voti ed erano destinati unicamente al lavoro manuale; essi però non potevano ascendere allo status di monaci (come avveniva, invece, presso i cluniacensi) ed era loro rigorosamente interdetta qualsiasi attività monastica, come lo studio e la lettura dei libri.
Ai conversi erano destinati spazi separati sia all'interno del monastero che nella chiesa abbaziale.
L'impiego di questa forza lavoro non retribuita consentì all'ordine di organizzare un proprio sistema economico basato sulle grange, delle aziende agricole dipendenti dai monasteri che avevano il compito di sfruttare, valorizzandoli, i terreni loro affidati: questo sistema si rivelò estremamente efficiente e fece dei cistercensi dei pionieri nelle tecniche di bonifica, coltivazione e allevamento (specialmente degli ovini).
La produzione delle grange eccedeva abbondantemente il fabbisogno dei monasteri: i prodotti in eccesso venivano messi sul mercato e, poiché lo stile delle loro abbazie era ispirata a principi di grande sobrietà, la ricchezza prodotta veniva reinvestita nelle attività agricole.
Questa continua espansione economica condusse a rendere insufficiente la forza dei conversi e costrinse i cistercensi ad assumere anche lavoratori salariati”.

Nella nostra provincia, riportiamo dal sito del Monastero di San Giacomo di Pontida: “Tra in nobili che fecero donazioni all'Abbazia di Cluny, seguendo una tradizione allora assai diffusa nell'aristocrazia lombarda, ci fu anche Alberto da Prezzate, che l'8 novembre 1076 donò a Cluny tutti i suoi beni, posti tra l'Adda e il Brembo, nella valle di Pontida. Tra essi c'era anche una piccola chiesa, sita alle pendici del Canto Basso e dedicata a S. Maria e a S. Giacomo, accanto alla quale per volontà del donatore i monaci cluniacensi dovevano far sorgere un monastero e un ospizio per i pellegrini.

Veduta del Monastero San Giacomo di Pontida
Qualche anno dopo, Alberto, utilizzando le proprietà della cugina Teoperga, fondò anche il monastero di S. Egidio di Fontanella sul versante meridionale del medesimo Canto Basso. Successivamente si recò a Cluny dove rivestì l'abito monastico, tornò a Pontida , per incarico del grande abate Sant'Ugo, a svolgervi non solo l'ufficio di priore del monastero, ma anche quello di vicario dell'abate di Cluny per tutta la Lombardia. Infatti l'ordine cluniacense, che al momento della fonazione di Pontida (avvenuta proprio nell'anno in cui Gregorio VII aveva scomunicato l'imperatore Enrico IV) contava in Lombardia solo tre piccoli priorati posti nelle città di Pavia, Lodi e Cremona, alla fine del'XI secolo, grazie al prestigio di Sant'Ugo e anche alla fervida attività di Sant'Alberto, contava molti piccoli monasteri sparsi in tutta la regione: dal Comasco al Bresciano, dalla Valtellina alla Bassa Milanese.


Abbazia di Fontanella - Sotto Il Monte Giovanni XXIII

INTERAGISCI

Iscrizione newsletter
Segnalazioni
Blog
Facebook

PUBBLICITA'

Ridal Srl - p.i. 03413800164